Il dibattito sulla direzionalità nell’interpretariato è molto diffuso e va avanti da tempo. Verte principalmente sull’opportunità per l’interprete di lavorare solo verso la sua lingua madre (lingua A), solo dalla sua lingua madre verso la lingua straniera (lingua B) o in entrambe le direzioni.

Tradizionalmente in Europa occidentale si preferisce che l’interprete lavori solo verso la propria lingua madre. Tale approccio affonda le sue radici nella theorie du sense (1978:36-38) di Seleskovitch elaborata presso l’Ecole Supérieure d’Interprètes et de Traducteurs di Parigi. Secondo questa teoria, l’interpretazione è un processo di deverbalizzazione, quindi di  decodifica e visualizzazione, analogo alla comunicazione. In termini pratici, la comunicazione funziona così: le persone che parlano hanno un’idea in mente che vogliono esprimere. Affinché tale idea venga espressa, essa viene codificata tramite un codice. Chi riceve il messaggio, per poterlo comprendere, lo decodifica inconsciamente e automaticamente. Ciò che accade con l’interpretazione è analogo; si tratta infatti di un processo di codifica e decodifica: chi parla lo fa avvalendosi di una lingua o codice (lingua di partenza). Il messaggio genera un’”immagine mentale” nella mente dell’interprete, ossia il significato che è indipendente dalla lingua in cui è stato espresso. L’interprete dovrà codificare questo messaggio in un codice diverso (lingua d’arrivo) da quello in cui è stato espresso (Seleskovitch, 1978:86).

Secondo questo approccio, la lingua madre dell’interprete rappresenta il codice più appropriato per trasmettere un messaggio in un’altra lingua in quanto si ritiene che la lingua madre sia il codice espressivo più naturale e spontaneo di cui dispone ogni individuo, interpreti compresi (Seleskovitch, 1978:120-121).

Possiamo affermare che la teoria esposta considera la produzione come la fase critica del processo di interpretazione. La comprensione di una lingua straniera a livello nativo si dà per scontata perché è conseguibile, mentre raggiungere un livello di produzione in lingua straniera a livello nativo risulta molto più complesso (Seleskovitch & Lederer,1989:134-135 ; Seleskovitch, 1978:121).

Al contrario Denissenko, (1989:157) ritiene che la fase cruciale del processo di interpretariato sia la comprensione che, nella lingua madre, risulta essere più semplice che in lingua straniera.

Inoltre, quello che è considerato un vantaggio, ovvero l’ottima padronanza e la maggiore varietà espressiva che gli interpreti hanno nella loro lingua madre rispetto alla lingua B, può diventare un ostacolo nell’interpretazione simultanea. L’interprete, infatti, cerca inconsciamente e intuitivamente il modo migliore e più raffinato di esprimersi, rallentando il processo a causa di questa selezione. Diversamente, quando si interpreta verso la lingua B, la varietà espressiva è più limitata e quindi il processo di selezione è più veloce.

Questo ci porta al secondo approccio principale alla direzionalità, ossia quello che predilige l’interpretazione verso la lingua B. Il motivo è che così facendo si garantisce una corretta comprensione del messaggio (Denissenko, 1989:157). L’interpretariato dalla lingua madre verso la lingua straniera veniva maggiormente utilizzato agli inizi dell’interpretariato di conferenza, nell’Unione Sovietica e nel Blocco Orientale (Stevaux,2003:328). Oltre alle ragioni teoriche a supporto di questa scelta, esistevano anche ragioni politiche (Martin, 2005:85), infatti i politici non avevano alcuna intenzione di far interpretare le loro parole a interpreti stranieri. Baker (1997) racconta di un’intervista a Saddam Hussein da parte di una televisione americana effettuata con l’ausilio di un interprete arabo madrelingua. Normalmente, nel contesto televisivo, la produzione fornisce l’interprete che, generalmente, è nativo della lingua del programma, ma in questo caso probabilmente sarà stato Saddam Hussein stesso a optare per un madrelingua arabo in modo da essere certo della comprensione piena di ciò che avrebbe detto, a garanzia della fedeltà della resa nell’altra lingua.

Ad ogni modo, lo scenario attuale appare come segue: cabine bidirezionali sul mercato privato e cabine pure nelle organizzazioni internazionali (interpreti che lavorano solo verso la propria lingua madre e mai viceversa), (Stévaux, 2003:333). Tuttavia a seguito dell’allargamento dell’UE, le istituzioni europee hanno cominciato ad aprirsi alla pratica del retour (interpretariato verso la lingua B) dato il numero insufficiente di interpreti con combinazioni linguistiche cosiddette rare (ad esempio, lituano>finlandese, svedese>rumeno, ungherese>danese, ecc).

Le organizzazioni internazionali seguono le linee guida AIIC per l’interpretazione simultanea (https://aiic.org/site/interpreter/agreement-sectors?nav=sidebar). AIIC consiglia di evitare, per quanto possibile, la pratica del retour preferendo piuttosto il relais. Come affermato da Anne Martin (2005:85), non è un caso che tale approccio nasca proprio in Francia, paese in cui vi è una particolare attenzione rispetto alla conservazione e alla purezza del francese, oltre al fatto che il pubblico francese è spesso tacciato di essere poco tollerante verso gli accenti stranieri in francese (Martin, 2005:95).

Al contrario, nel mercato privato predominano le cabine bilingue. Questo è probabilmente dovuto a ragioni economiche dal momento che per un evento in cui verranno parlate esclusivamente due lingue, risulta molto più conveniente ingaggiare solo due interpreti in grado di lavorare indifferentemente verso le due lingue, piuttosto che ingaggiarne quattro.

Se consideriamo il mercato privato, i sostenitori dell’interpretazione verso la lingua A ritengono di livello inferiore le prestazioni verso la lingua B per le ragioni teoriche succitate. Prestazioni di livello inferiore porterebbe a insoddisfazione tra i clienti che potrebbero optare in futuro per eventi monolingua, ad esempio soltanto in inglese.

A tal proposito Déjean Le Feal (2005:189) definisce l’interpretariato un bene di lusso che pertanto deve sempre essere di alta qualità, aspetto che solo la resa nella propria lingua madre può garantire. Ritiene pertanto auspicabile una riflessione collettiva da parte della comunità degli interpreti a difesa della professione.

Ciononostante, se parliamo di interpretariato di alta qualità, quali sono i criteri per definirla? Nel 1986 Bühler realizza un sondaggio tra 47 membri di AIIC, chiedendogli di valutare[1] l’importanza di alcuni aspetti dell’interpretariato[2]. Nel 1989, Kurz ripropone lo stesso sondaggio ai fruitori del servizio di interpretazione.  Il confronto tra i risultati di Bühler e quelli di Kurz dimostra che gli interpreti sono giudici più severi, molto probabilmente perchè detengono le competenze per effettuare una simile valutazione. Tale tesi può essere supportata da un lavoro di Collado Aìs (2002) nel quale si domandava ai partecipanti di una conferenza di valutare tre diverse rese dello stesso discorso. La prima resa aveva un tono vivace ed era coerente con il discorso principale; la seconda era coerente ma il tono risultava monotono, mentre la terza aveva un tono vivace ma non era sempre coerente con il discorso originale. Sorprendentemente o meno, quella non del tutto coerente è stata valutata meglio di quella completamente coerente ma monotono e, in molti casi, ha ottenuto valutazioni migliori rispetto alla resa completamente coerente e vivace. Questo dimostra chi i fruitori dei servizi di interpretariato non dispongono dei mezzi necessari per valutare gli interpreti, possono farlo solo parzialmente. Namy (1978:26) giustifica questi risultati affermando che un tono vivace e un accento nativo possono trasmettere a chi ascolta sicurezza e autorevolezza.

Un aspetto chiave che emerge da questa indagine è la valutazione dell’accento nativo. Gli interpreti AIIC dell’indagine di Buhler valutavano l’accento nativo (che è probabilmente uno degli elementi distintivi più evidenti che contraddistinguono una resa verso la propria lingua A piuttosto che verso una lingua B) come un elemento importante per un’interpretazione di successo, mentre i fruitori del servizio interpellati da Kulz lo valutavano come meno importante. Quindi, sembra che un leggero accento straniero non disturbi i fruitori del servizio.

A tal proposito è interessante menzionare la suspension of disbelief (sospensione di incredulità) (Martin, 2003:432). Immaginiamo un convegno in Russia con molti oratori russi e interpreti madrelingua russi che lavorano dal russo all’inglese per un pubblico di lingua inglese. Secondo la teoria in questione, ascoltare un’interpretazione verso l’inglese con un leggero accento russo darebbe un senso di realtà alla situazione, come se l’oratore russo stesse parlando in inglese. Tuttavia Donovan (2005:163) non è d’accordo e ritiene che un interprete non nativo faccia aumentare il divario tra il fruitore e l’interprete. Inoltre crede che se l’interpretariato verso la lingua B non è di alto livello vi sia una tendenza a ripetere a pappagallo il discorso originale omettendo sfumature di significato, venendo quindi meno a uno dei principali compiti di un interprete, ossia trasmettere il messaggio, non le parole.

È evidente che la direzionalità non può essere analizzata basandosi solo sulla disciplina dell’interpretariato e che occorre adottare un approccio multidisciplinare che includa la neurolinguistica.  Questa ha già fornito nozioni sul funzionamento della seconda lingua. Dejean Le Féal (2005:173) ad esempio, fa riferimento allo studio di un neurolinguista, Michel Paradis. Tralasciando l’obiettivo e i dati dell’esperimento, lo studio evidenzia la natura inconscia della lingua madre mentre una lingua acquisita funziona tramite un sistema conscio. Tale affermazione supporta la teoria secondo cui l’interpretazione migliore è quella verso la propria lingua A in quanto sarebbe la forma più spontanea di esprimersi per un interprete. Questa teoria può essere supportata dallo studio di Gran e Fabbro (1988:40) sugli studenti di interpretariato durante le diverse fasi della formazione. I risultati dimostrano che le autocorrezioni quando si interpreta verso la propria lingua madre sono più efficienti e automatiche.

Un altro studio interessante che dimostra la validità dell’interpretariato verso la lingua B è quello realizzato da Olaf Immanuel Seel (2005), che porta avanti un’analisi sul significato non verbale nell’interpretariato tra il tedesco e il greco, da cui emerge che il modo migliore per interpretare è a partire dalla lingua madre perché una comprensione corretta del messaggio e delle sfumature non verbali può essere garantita soltanto quando si ascolta la propria lingua madre.

Tale aspetto relativo alla comprensione è supportato da diversi studi come quello di Anne Martin (2005), che ha intervistato 10 interpreti professionisti che lavorano nel settore privato nel sud della Spagna. I risultati hanno mostrato che, sebbene la maggior parte di loro considerasse più faticoso lavorare verso una lingua B, farlo è una pratica usuale e che la preoccupazione maggiore sul lavoro è proprio la comprensione.

Particolarmente rilevante è il risultato dello studio di Galli del 1990 (citato in Iglesias Fernández, 2005:107). Egli ha intervistato alcuni interpreti e la maggior parte di essi ha affermato di non considerare il lavoro verso la lingua B come una fonte di preoccupazione, sostenendo che esistono altri fattori che possono rendere il lavoro più difficile, come l’interpretazione di discorsi scritti o di oratori che parlano velocemente. Anche in questo caso, quindi, i risultati suggeriscono che le principali difficoltà degli interpreti riguardano la fase di comprensione.

Un altro argomento a conferma dell’efficacia dell’interpretazione verso la lingua B è presentato da Snelling (1992:14), il quale racconta che lavorando in cabina italiano-inglese non gli era mai capitato che i colleghi di madrelingua italiana gli chiedessero di interpretare al loro posto dall’italiano all’inglese. Questo però gli era accaduto quando qualche oratore non nativo parlava in inglese con un forte accento straniero ostacolando la comprensione. Inoltre, secondo Feldweg (1989:140) è innegabile che se qualcosa sfugge nella fase di comprensione, è quasi impossibile per l’interprete recuperare.

Un importante passo avanti nel dibattito sulla direzionalità è stato il Forum sulla direzionalità nella traduzione e nell’interpretazione tenutosi a Granada nel 2002. Al Forum è stato suggerito un cambiamento nella classificazione delle lingue: passare dalla classificazione delle lingue di lavoro come lingua A o lingua madre e lingua B o lingua non madre a una nuova classificazione di lingue attive e lingue passive (Martin, 2003:430). Secondo questa nuova classificazione, la lingua A e la lingua B (le lingue che gli interpreti sono solitamente in grado di interpretare) sarebbero allo stesso livello, mentre la lingua C sarebbe la lingua passiva.

Questa classificazione può essere spiegata anche dal modello gravitazionale di disponibilità linguistica di Gile (1995b: 212-230): più l’interprete usa attivamente e viene esposto a determinate parole ed espressioni (in qualsiasi lingua), più veloce è il processo di recupero. Meno frequentemente vengono utilizzate le parole, più lento è il processo di recupero.

La necessità di ridefinire tale classificazione è emersa perché a volte la differenza tra lingua madre e lingua non madre non è chiara. Un esempio è fornito da Al-Salman & Al-Khanji (2002) che hanno intervistato interpreti di madrelingua araba che lavorano con l’inglese. Questi hanno spiegato di sentirsi più sicuri quando lavorano verso l’inglese perché l’arabo cambia notevolmente a seconda del registro, mentre l’inglese ne è meno influenzato.

Questo porta anche ad aprire il discorso sulla rilevanza della combinazione linguistica quando si parla di direzionalità. A tal proposito è utile menzionare lo studio di Galli (1990, citato in Fernández 2005:107) in cui si evidenzia che gli interpreti italiani impiegati in conferenze mediche (dove la terminologia è specialistica e la grammatica è semplice) dall’italiano all’inglese sono in grado di semplificare più rapidamente la complessa struttura italiana in frasi inglesi più brevi e semplici.

Ciò è in contrasto con la théorie du sens (Seleskovitch 1978:86), secondo la quale l’interpretazione non è specifica della lingua. Gile (2005:16-17) invece ritiene che le caratteristiche della combinazione linguistica possano influenzare le preferenze degli interpreti in merito alla direzionalità e le strategie adottate per affrontare passaggi più complessi.

Bartłomiejczyk (2006) giunge alla stessa conclusione. Osservando interpreti polacco-inglesi, Bartłomiejczyk ha concluso che gli interpreti utilizzano strategie diverse a seconda della combinazione linguistica.

In conclusione, nonostante gli sforzi compiuti per condurre studi e indagini sulla direzionalità nell’interpretazione, non esistono prove empiriche sufficienti per definire una direzione migliore dell’altra (Gile, 2005:22). Gran parte delle informazioni disponibili si basa sull’esperienza personale, la base quantitativa o il campione utilizzato sono spesso troppo esigui per poter trarre conclusioni generali ed è necessario un approccio multidisciplinare.

[1]              Le valutazioni erano: irrilevante, meno importante, importante, molto importante.

[2]              Gli aspetti da valutare erano: completezza, grammatica, terminologia, padronanza, coesione logica, accento, voce, senso, consistenza.